Ho detto alla Vita:"Vorrei sentir parlare la morte".E la Vita alzò un pò la voce e disse:"La stai ascoltando in questo momento". Quando avrete risolto tutti i misteri della vita, desidererete la morte, che non è che un altro mistero della vita.
"E forse non c'è niente da capire..."
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Lo scrittore e il campione
Saviano e Lionel Messi
L'autore di Gomorra ha incontrato in Spagna il fuoriclasse del Barcellona. In un reportage-racconto, la storia di un successo nato dal dolore di ROBERTO SAVIANO
BARCELLONA - Lo incontro negli spogliatoi del Camp Nou di Barcellona, uno stadio enorme, il terzo più grande del mondo. Dagli spalti invece Messi è una macchiolina, incontrollabile e velocissima. Da vicino è un ragazzo mingherlino ma sodo, timidissimo, parla quasi sussurrando una cantilena argentina, il viso dolce e pulito senza un filo di barba. Lionel Messi è il più piccolo campione di calcio vivente. La Pulga, la pulce, è il suo soprannome. Ha la statura e il corpo di un bambino. Fu infatti da bambino, intorno ai dieci anni, che Lionel Messi smise di crescere. Le gambe degli altri si allungavano, le mani pure, la voce cambiava. E Leo restava piccolo. Qualcosa non andava e le analisi lo confermarono: l'ormone della crescita era inibito. Messi era affetto da una rara forma di nanismo.
Con l'ormone della crescita, si bloccò tutto. E nascondere il problema era impossibile. Tra gli amici, nel campetto di calcio, tutti si accorgono che Lionel si è fermato: "Ero sempre il più piccolo di tutti, qualunque cosa facessi, ovunque andassi". Dicono proprio così: "Lionel si è fermato". Come se fosse rimasto indietro, da qualche parte. A undici anni, un metro e quaranta scarsi, gli va larga la maglietta del Newell's Old Boys, la sua squadra a Rosario, in Argentina. Balla nei pantaloncini enormi, nelle scarpe, per quanto stretti i lacci, un po' ciabatta. È un giocatore fenomenale: però nel corpo di un bimbetto di otto anni, non di un adolescente. Proprio nell'età in cui, intravedendo un futuro, ci sarebbe da far crescere un talento, la crescita primaria, quella di braccia, busto e gambe, si arresta.
Per Messi è la fine della speranza che nutre in se stesso dal suo primissimo debutto su un campo da calcio, a cinque anni. Sente che con la crescita è finita anche ogni possibilità di diventare ciò che sogna. I medici però si accorgono che il suo deficit può essere transitorio, se contrastato in tempo. L'unico modo per cercare di intervenire è una terapia a base dell'ormone "gh": anni e anni di continuo bombardamento che gli permettano di recuperare i centimetri necessari per fronteggiare i colossi del calcio moderno. © Roberto Saviano 2009. Published by Arrangement with Roberto Santachiara Agenzia Letteraria (15 febbraio 2009)
si tratta di una cura molto costosa che la famiglia non può permettersi: siringhe da cinquecento euro l'una, da fare tutti i giorni. Giocare a pallone per poter crescere, crescere per poter giocare: questa diviene d'ora in avanti l'unica strada. Lionel, un modo di guarire che non riguardi la passione della sua vita, il calcio, non riesce nemmeno a immaginarlo.
Ma quelle dannate cure potrà permettersele solo se un club di un certo livello lo prende sotto le sue ali e gliele paga. E l'Argentina sta sprofondando nella devastante crisi economica, da cui fuggono prima gli investimenti, poi pure le persone, i cui risparmi si volatilizzano col crollo dei titoli di stato. Nipoti e pronipoti di immigrati cresciuti nel benessere cercano la salvezza emigrando nei paesi di origine dei loro avi. In quella situazione, nessuna società argentina, pur intuendo il talento del piccolo Messi, se la sente di accollarsi i costi di una simile scommessa.
Anche se dovesse crescere qualche centimetro in più - questo è il ragionamento - nel calcio moderno ormai senza un fisico possente non si è più nulla. La pulce resterà schiacciata da una difesa massiccia, la pulce non potrà segnare gol di testa, la pulce non reggerà agli sforzi anaerobici richiesti ai centravanti di oggi. Ma Lionel Messi continua a giocare lo stesso nella sua squadra. Sa di doverlo fare come se avesse dieci piedi, correre più veloce di un puledro, essere imbattibile palla a terra, se vuole sperare di diventare un calciatore vero, un professionista.
Durante una partita, lo intravede un osservatore. Nella vita dei calciatori gli osservatori sono tutto. Ogni partita che guardano, ogni punizione che considerano eseguita in modo perfetto, ogni ragazzino che decidono di seguire, ogni padre con cui vanno a parlare, significa tracciare un destino. Disegnarlo nelle linee generali, aprirgli una porta: ma nel caso di Messi, ciò che gli viene offerto, rappresenta molto di più. Non gli viene data solo l'opportunità di diventare un calciatore, ma la possibilità di guarire, di avere davanti una vita normale. Prima di vederlo, gli osservatori che sentono parlare di lui sono comunque molto scettici. "Se è troppo piccolo, non ha speranza, anche se è forte", pensano. E invece: "Ci vollero cinque minuti per capire che era un predestinato. In un attimo fu evidente quanto quel ragazzo fosse speciale". Questo lo afferma Carles Rexach, direttore sportivo del Barcellona, dopo aver visto Leo in campo. È così evidente che Messi ha nei piedi un talento unico, qualcosa che va oltre il calcio stesso: a guardarlo giocare è come se si sentisse una musica, come se in un mosaico scollato ogni tassello tornasse apposto.
Rexach vuole fermarlo subito: "Chiunque fosse passato di lì, l'avrebbe comprato a peso d'oro". E così fanno un primo contratto su un fazzoletto di carta, un tovagliolo da bar aperto. Firmano lui e il padre della pulce. Quel fazzoletto è ciò che cambierà la vita a Lionel. Il Barcellona ci crede in quell'eterno bimbo. Decide di investire nella cura del maledetto ormone che si è inceppato. Ma per curarsi, Lionel deve trasferirsi in Spagna con tutta la famiglia, che insieme a lui lascia Rosario senza documenti, senza lavoro, fidandosi di un contratto stilato su un tovagliolo, sperando che dentro a quel corpo infantile possa esserci davvero il futuro di tutti. Dal 2000, per tre anni, la società garantisce a Messi l'assistenza medica necessaria. Crede che un ragazzino disposto a giocare a calcio per salvarsi da una vita d'inferno abbia dentro il carburante raro che ti fa arrivare ovunque.
Le cure però spezzano in due. Hai sempre nausea, vomiti anche l'anima. I peli in faccia che non ti crescono. Poi i muscoli te li senti scoppiare dentro, le ossa crepare. Tutto ti si allunga, si dilata in pochi mesi, un tempo che avrebbe dovuto invece essere di anni. "Non potevo permettermi di sentire dolore", dice Messi, "non potevo permettermi di mostrarlo davanti al mio nuovo club. Perché a loro dovevo tutto". La differenza tra chi il proprio talento lo spende per realizzarsi e chi su di esso si gioca tutto è abissale. L'arte diventa la tua vita non nel senso che totalizza ogni cosa, ma che solo la tua arte può continuare a farti campare, a garantirti il futuro. Non esiste un piano b, qualsiasi alternativa su cui poter ripiegare.
Dopo tre anni finalmente il Barcellona convoca Lionel Messi e la famiglia sa che se non sarà in grado di giocare come ci si aspetta, le difficoltà a tirare avanti saranno insormontabili. In Argentina hanno perso tutto e in Spagna non hanno ancora niente. E Leo, a quel punto, ricadrebbe sulle loro spalle. Ma quando La Pulce gioca, sfuma ogni ansia. Allenandosi duramente con il sostegno della squadra, Messi riesce a crescere non solo in bravura, ma anche in altezza, anno dopo anno, centimetro dopo centimetro spremuto dai muscoli, levigato nelle ossa. Ogni centimetro acquisito una sofferenza. Nessuno sa davvero quanto misuri adesso. Qualcuno lo dà appena sopra il metro e cinquanta, qualcuno al di sotto, qualche sito parla di un Messi che continuando a crescere è arrivato al metro e sessanta. Le stime ufficiali mutano, concedendogli via via qualche centimetro in più, come se fosse un merito, un premio conquistato in campo.
Fatto è che quando le due squadre sono in riga prima del fischio iniziale, l'occhio inquadra tutte le teste dei giocatori più o meno alla stessa altezza, mentre per trovare quella di Messi deve scendere almeno al livello delle spalle dei compagni. Per uno sport dove conta sempre più la potenza e, per un attaccante, i quasi due metri di Ibrahimovic e il metro e ottantacinque di Beckham sono diventati la norma, Lionel continua a somigliare pericolosamente a una pulce. Come dice Manuel Estiarte, il più forte pallanuotista di tutti i tempi: "È vero, bisogna calcolare che le probabilità che Messi esca sconfitto da un impatto corpo a corpo sono elevate, come elevato è il rischio che venga totalmente travolto dai difensori. Ma solo a una condizione... prima devono riuscire a raggiungerlo".
E infatti nessuno riesce a stargli dietro. Il baricentro è basso, i difensori lo contrastano, ma lui non cade, né si sposta. Continua a tenere la corsa, rimbalza palla al piede, non si ferma, dribbla, scavalca, sguscia, fugge, finta. È imprendibile. A Barcellona malignano che le star della difesa del Real Madrid, Roberto Carlos e Fabio Cannavaro, non sono mai riusciti a vedere in faccia Lionel Messi perché non riescono a rincorrerlo. Leo è velocissimo, sfreccia via con i suoi piedi piccoli che sembrano mani per come riesce a tener palla, a controllarne ogni movimento. Per le sue finte, gli avversari inciampano nell'ingombro inutile dei loro piedi numero quarantacinque.
In una pubblicità dove era stato invitato a disegnare con un pennarello la sua storia, è divertente e malinconico vedere Messi ritrarre se stesso come un bimbetto minuscolo tra lunghissime foreste di gambe, perso lì tra palloni troppo grandi che volano lontano. Ma quando toccano terra, lui veloce li aggancia e piccolo com'è riesce a passare tra le gambe di tutti e andare in porta. Quando ci sono le rimesse laterali e gli avversari riprendono fiato, è proprio in quel momento che lui schizza e li sorpassa, così quando si immaginavano, i marcatori, di averlo dietro la schiena, se lo ritrovano invece già cinque metri avanti. Il grande giocatore non è quello che si fa fare fallo, ma quello cui non arrivi a tendere nessuno sgambetto.
Vedere Messi significa osservare qualcosa che va oltre il calcio e coincide con la bellezza stessa. Qualcosa di simile a uno slancio, quasi un brivido di consapevolezza, un'epifania che permette a chi è lì, a vederlo sgambettare e giocare con la palla, di non riuscire più a percepire alcuna separazione tra sé e lo spettacolo cui sta assistendo, di confondersi pienamente con ciò che vede, tanto da sentirsi tutt'uno con quel movimento diseguale ma armonico. In questo le giocate di Messi sono paragonabili alle suonate di Arturo Benedetti Michelangeli, ai visi di Raffaello, alla tromba di Chet Baker, alle formule matematiche della teoria dei giochi di John Nash, a tutto ciò che smette di essere suono, materia, colore, e diventa qualcosa che appartiene a ogni elemento, e alla vita stessa. Senza più separazione, distanza. È lì, e non si può vivere senza. E non si è mai vissuti senza, solo che quando si scoprono per la prima volta, quando per la prima volta le si osserva tanto da restarne ipnotizzati, la commozione è inevitabile e non si arriva ad altro che a intuire se stessi. A guardarsi nel proprio fondo.
Ascoltare i cronisti sportivi che commentano le sue cavalcate basterebbe per definire la sua epica di giocoliere. Durante un incontro Barcellona-Real Madrid, il cronista vedendolo assediato da tentativi di fallo smette di descrivere la scena e inizia solo un soddisfatto: "Non va giù, non va giù, non va giuuuuuù". Durante un'altra sfida fra le storiche arcirivali, l'ola estatica "Messi, Messi, Messi, Messi" riceve una "a" supplementare che gli rimarrà addosso: Messia. È questo l'altro soprannome che La Pulce si è guadagnata con la grazia beffarda delle sue avanzate, con lo stupore quasi mistico che suscita il suo gioco. "L'uomo si fece Dio e inviò il suo profeta", così dicono le scritte di un servizio televisivo dedicato a El Mesias, e a colui che come incarnazione divina del calcio lo precedette: Diego Armando Maradona.
Sembra impossibile ma Messi quando gioca ha in testa le giocate di Maradona, così come uno scacchista in un determinato momento della partita, spesso si ispira alla strategia di un maestro che si è trovato in una situazione analoga. Il capolavoro che Diego Armando aveva realizzato il 22 giugno 1986 in Messico, il gol votato il migliore del secolo, Lionel riesce a ripeterlo pressoché identico e quasi esattamente vent'anni dopo, il 18 aprile 2007, a Barcellona. Pure Leo parte da una sessantina di metri dalla porta, anche lui scarta in un'unica corsa due centrocampisti, poi accelera verso l'aria di rigore, dove uno degli avversari che aveva superato cerca di buttarlo giù, ma non ci riesce. Si accalcano intorno a Messi tre difensori, e invece di mirare alla porta, lui sguscia via sulla destra, scarta il portiere e un altro giocatore... E va in gol. Dopo aver segnato, c'è una scena incredibile coi giocatori del Barcellona pietrificati, con le mani sulla testa, si guardano intorno come a non credere che fosse possibile ancora assistere a un gol del genere. Tutti pensavano che un uomo solo fosse capace di tanto. Ma non è stato così.
La stampa si inventa subito il nomignolo "Messidona", ma c'è qualcosa nella somiglianza dei due campioni argentini che oltrepassa simili trovate e mette i brividi. In uno sport che la fase epica sembra essersela lasciata alle spalle, le prodezze di Messi somigliano al reiterarsi di un mito, e non di un mito qualsiasi, ma di quello che più fortemente è in contrasto con il nostro tempo: Davide contro Golia. Fisici minuscoli, quartieri poveri, incapacità nel vedersi diversi da come quando giocavano nei campetti, faccia sempre uguale, rabbia sempre uguale, come un'accidia che ti porti dentro. Teoricamente avevano tutto quanto bastava per sbagliare, tutto quanto bastava per perdere, tutto quanto bastava per non piacere a nessuno e per non giocare. Ma le cose sono andate diversamente.
Messi, quando Maradona segnava quel gol in Messico, non era neanche nato. Nascerà nel 1987. E la ragione per cui io l'ho seguito a Barcellona, al punto di volerlo incontrare, ha la sua origine proprio in questo: l'essere cresciuto a Napoli nel mito di Diego Armando Maradona. Non dimenticherò mai la partita dei mondiali del 1990, un destino terribile portò l'Italia di Azeglio Vicini e Totò Schillaci a giocare la semifinale contro l'Argentina di Maradona proprio al San Paolo. Quando Schillaci segna il primo gol, lo stadio gioisce. Ma si sente che nelle curve qualcosa non va. Dopo il gol di Caniggia il tifo non napoletano - non autoctono - inizia a prendersela con Maradona, e lì accade qualcosa che non succederà mai più nella storia del calcio e mai era successo sino ad allora: la tifoseria si schiera contro la propria nazionale di calcio. I tifosi della curva napoletana iniziano a urlare: "Diego! Diego!". D'altronde erano abituati a farlo, come biasimarli e come identificarsi in altri? Anche se dovrebbe essere cara la propria squadra nazionale, in quel momento è Maradona che rappresenta la tifoseria del San Paolo più di una nazionale di giocatori provenienti da altre città d'Italia, da Roma, Milano, Torino.
Maradona era riuscito a sovvertire la grammatica delle tifoserie. E a Roma gliela fecero pagare durante la finale Argentina-Germania, dove il pubblico per vendicarsi dell'eliminazione dell'Italia in semifinale e delle defezioni create all'interno della tifoseria, inizia a fischiare l'inno nazionale. Maradona aspetta che la telecamera, nella carrellata sui giocatori, arrivi sulle sue labbra, per lanciare un "hijos de puta" ai tifosi che non rispettano neanche il momento dell'inno. Una finale terribile, dove a Napoli si tifava tutti, ovviamente, per l'Argentina. Ma poi il momento del rigore assolutamente dubbio distrugge ogni speranza. La Germania chiaramente in difficoltà deve però vincere e vendicare l'Italia battuta. Un rigore dubbio per un fallo su Rudi Voeller, lo realizza Andreas Brehme. E il commento del cronista argentino fu: "Solo così fratello... solo così potevate vincere contro Diego".
Ricordo benissimo quei giorni. Avevo undici anni, e difficilmente tornerò mai a vedere quel tipo di calcio. Ma qualcosa sembra tornare, di quel tempo. Il gol del Messico contro l'Inghilterra, il gol rifatto dalla Pulce vent'anni dopo, segna uno dei momenti indimenticabili della mia infanzia. Mi chiedo che meraviglia e che vertigine sarebbe veder giocare Messi al San Paolo, lui, di cui lo stesso Maradona disse: "Vedere giocare Messi è meglio che fare sesso". E Diego, di entrambe le cose, se ne intende. "Mi piace Napoli, voglio andarci presto", dice Lionel, "Starci un po' dev'essere bellissimo. Per un argentino è come essere a casa".
Il momento più incredibile del mio incontro con Messi è quando gli dico che quando gioca somiglia a Maradona - "somiglia": perché non so come esprimere una cosa ripetuta mille volte, anche se devo dirgliela lo stesso - e lui mi risponde: "Verdad?", "Davvero?", con un sorriso ancor più timido e contento. Del resto, Lionel Messi ha accettato di incontrarmi non perché sia uno scrittore o per chissà cos'altro, ma perché gli hanno detto che vengo da Napoli. Per lui è come per un musulmano nascere alla Mecca. Napoli per Messi, e per molti tifosi del Barcellona, è un luogo sacro del calcio. È il luogo della consacrazione del talento, la città dove il dio del pallone ha giocato gli anni più belli, dove dal nulla è partito verso la sconfitta delle grandi squadre, verso la conquista del mondo.
Lionel appare il contrario di come ti aspetti un giocatore: non è sicuro di sé, non usa le solite frasi che gli consigliano di dire, si fa rosso e fissa i piedi, o si mette a rosicchiare le unghie dell'indice e del pollice avvicinandole alle labbra quando non sa che dire e sta pensando. Ma la storia della Pulce è ancora più straordinaria. La storia di Lionel Messi è come la leggenda del calabrone. Si dice che il calabrone non potrebbe volare perché il peso del suo corpo è sproporzionato alla portanza delle sue ali. Ma il calabrone non lo sa e vola. Messi con quel suo corpicino, con quei suoi piedi piccoli, quelle gambette, il piccolo busto, tutti i suoi problemi di crescita, non potrebbe giocare nel calcio moderno tutto muscoli, massa e potenza. Solo che Messi non lo sa. Ed è per questo che è il più grande di tutti.

Come volevasi dimostrare, arriva il capolavoro di Tosel: solo multe per Roma, Lazio e Atalanta
Ogni commento risulta puramente superfluo. C'è una piccola formuletta usata in matematica, che serve a far capire che si aveva ragione in precedenza: Cvd.
Ecco il comunicato in merito alla gara Roma-Lazio:
Il Giudice Sportivo
letta la relazione dei collaboratori della Procura federale; considerato che, nel corso della gara, sostenitori della Soc. Roma, nel proprio settore, hanno complessivamente fatto esplodere undici petardi e acceso dieci fumogeni, e sostenitori della Soc. Lazio hanno, a loro volta, fatto esplodere due petardi e acceso cinque fumogeni; considerato che, nell’intervallo, sostenitori di entrambe le Società, forzato il cordone degli stewards, ingaggiavano una violenta colluttazione, sedata dal pronto intervento delle Forze dell’Ordine, senza conseguenze lesive per alcuno; considerato che, al termine della gara, due sostenitori della Soc. Roma entravano sul terreno di giuoco; infligge ammenda di 25.000 euro alla Roma e ammenda di 15.000 euro alla Lazio.
Fonte: tuttonapoli.net
IO NON DICO NIENTE... MA MANCO TACCIO!!!
Qualche settimana fa mi è arrivata un email da parte di un amico. Pensavo, la solita catena ed infatti era la solita catena. Sapendo con cosa avevo a che fare ho evitato di leggerla per intero così da eludere la solita cantilena “manda questa email “ etc. “altrimenti…” etc. etc.
La cosa però mi incuriosiva perché l’email si apriva con un disegno di un bellissimo angelo, da questo il nome della lettera “angelo custode”. Le due righe che accompagnavano il disegno spiegavano in modo ridondante che avendo aperto l’email, avendo visto il disegno etc. mi sarebbe toccato, il giorno dopo, una giornata meravigliosa. Letto questo, l’ho prontamente chiusa. E adesso la tengo lì. Come porta fortuna. Ogni tanto vado, la apro, vedo il mio angelo custode e aspetto che la “magia” faccia il suo corso.
Mancavo dall’università da luglio. Oggi, settembre. Per la verità quasi ottobre. Ci sono tornato sapendo che, come era già accaduto a luglio, non avrei trovato i miei amici. Ormai sono tutti andati via. Il mio amico di fegato era partito per Nizza. Erasmus. Come un coglione, per l’intero anno, non mi ero fatto sentire. Niente email. Niente chiamate, né sms. Niente messenger. Silenzio. Silenzio completo. Poi l’altro giorno scendo al’università. Attraverso il campus lentamente, respirando l’aria pungente del posto. Entro nel corridoio dalla solita porta. Attraverso aule e volti. Mi fermo al bagno e mi guardo allo specchio. “è tutto come lo ricordavo”. Continuo lungo il corridoio. Penso già dove mi porterà la mia falcata. “Biblioteca. Biblioteca”. Esco dal corridoio e mi avvicino alle scale. Ma una forza. L’istinto, mi porta ad affacciarmi al bar di lettere. Ecco lì il prof. di logica. Soliti capelli sparati in aria e papillon. Mi sporgo dal muretto e appena sotto, seduto al tavolo con delle ragazze, il mio amico di fegato. Lo guardo e sorridendo corro giù per le scale. Non prima di avergli mandato un sms. Morale della favola una po’ di tempo passato insieme. Lui mi raccontava. Io gli raccontavo. Ero felice.
Articolo preso
http://derstandard.at/?url=/?id=1220457342474
"Disagi e incidenti provocati intenzionalmente?"
Il caporedattore del "Ballesterer FM Radio" Reinhard Krennhuber era in viaggio con gli ultras del Napoli verso Roma e concede allo standard.at un'intervista raccontando di scene assurde. Un'altra versione dei fatti.
I media raccontano di come atti di violenza all'inizio del campionato di serie A abbiano di nuovo danneggiato l’immagine del calcio italiano.
Da fonti di agenzia di stampa si apprende di come 1500 Ultras Napoletani abbiano assaltato un treno alla stazione di Napoli costringendo a scendere 300 passeggeri.
Inoltre avrebbero ferito quattro controllori di Trenitalia e danneggiato e saccheggiato le carrozze.
All'arrivo a Roma Termini avrebbero acceso bombe carta e usato gas lacrimogeni mentre erano scortati dalle forze dell’ordine ai bus verso lo stadio.
Trenitalia parla di danni attorno ai 500.000 Euro.
Reinhard Krennhuber, caporedattore della rivista calcistica "Ballesterer fm", accompagnato dal collega Jakob Rosenberg, ha viaggiato insieme agli Ultras Napoletani in trasferta verso Roma e prende posizione in un' intervista al derStandard.at sui fatti accaduti.
"Ballesterer fm" ne parlerà in un articolo che uscirà il 7 ottobre sulla crisi nel calcio italiano, raccontando in particolare i fatti della partita Roma – Napoli.
derStandard.at:
Lei e stato un testimone oculare dei fatti successi alla stazione di Napoli, ci racconta cosa in realtà è successo?
Krennhuber:
Innanzitutto non si può assolutamente parlare di Ultras Napoletani che abbiano minacciato e fatto scendere dal treno 300 passeggeri, poi degli attacchi ai controllori di Trenitalia non ne abbiamo preso atto.
Il treno sarebbe dovuto partire alle 09:24. Poco dopo le 11 i dipendenti di Trenitalia sono passati sui treni per consigliare ai passeggeri non tifosi del napoli e senza intenzione di andare a Roma di lasciare il treno e di prenderne un altro, cosa che hanno fatto tutti.
Alla fine si parte alle 12:30 in un treno strapieno e sovraffollato.
All’arrivo a Roma la partita era già iniziata; siamo entrati all' Olimpico al 52° minuto di gioco, una vergogna pensando che la maggior parte degli ultras aveva pagato sia il biglietto del treno che il biglietto di entrata all'Olimpico per 28 Euro.
Abbiamo assistito alla demolizione dei bagni ma non si arriverebbe comunque mai alla cifra che Trenitalia ha comunicato ufficialmente, e poi qualcuno mi dica cosa ci sarebbe da saccheggiare in un treno...il tutto si sottrae alla mia immaginazione, come la notizia che gli ultras avrebbero usato gas lacrimogeni alla stazione Termini.
derStandard.at:
C'è statao qualche momento in cui avete avuto paura che potesse succedere qualcosa?
Krennhuber:
Non abbiamo avute paure create dagli ultras napoletani, non hanno attaccato le forze dell’ordine nè alla stazione nè allo stadio, anche perchè sapevano cosa ci fosse in gioco.
L’unico momento di tensione è stato quando dopo la partita sono entrate le forze dell’ordine nei bus per picchiare a caso chiunque si trovasse sulla loro via, il tutto con la scusa che queste persone avrebbero ostacolato la partenza dei bus.
La cosa più assurda e che questi bus sono partiti poi dopo un'ora e mezza!
Ci hanno trattenuto dentro lo stadio per 4 ore senza la possibilità di acquistare acqua o cibo. La promessa di ricevere acqua non è mai stata mantenuta!
derStandard.at:
Il Ministero degli Interni italiano vorrebbe emettere un divieto di trasferta ai tifosi napoletani e vorrebbe far giocare a porte chiuse il Napoli sanzionando anche la società con una multa.
Lei pensa che questi provvedimenti servano a qualcosa?
Krennhuber:
No, trovo il divieto alle trasferte e le porte chiuse un provvedimento molto esagerato.
La maggior parte dei tifosi napoletani non ha commesso nessun reato durante la trasferta.
Le accuse che gli incidenti siano stati pianificati e orchestrati dai fans o addirittura dalla camorra mi sembrano totalmente assurde, un'invenzione.
Al contrario non riesco a smettere di pensare che il tutto, cioè il ritardo e diversi maltrattamenti, siano stati studiati di proposito come per avere una reazione da parte dei tifosi per provocare una reazione ed emanare poi i provvedimenti che adesso vogliono far passare.
derStandard.at:
Il capo della polizia Antonio Manganelli parla di risultati positivi ottenuti dallo Stato contro la violenza negli stadi. Afferma che dopo la morte del ispettore Raciti a Catania nel 2007 ci sono meno incidenti e scontri.
Racconta poi di come la sicurezza negli stadi sia stata migliorata e come questo abbia di nuovo attirato le famiglie con i bambini a frequentare di nuovo lo stadio.
Sono fatti reali o solo belle parole?
Krennhuber:
Gli standard di sicurezza sono stati sicuramente migliorati ma si tratta solamente di qualche cancello e qualche tornello in più all’entrata.
Gli stadi italiani sono ancora nelle stesse desolanti condizioni di prima, non è cambiato niente all’interno.
A parte questo lo Stato italiano usa solamente la via della repressione, non hanno alcuna intenzione di spendere soldi o lavorare insieme ai tifosi per un programma con essi.
Poi trovo la deposizione di Manganelli molto cinica, pensando che nel novembre 2007 veniva ucciso Gabriele Sandri da un colpo di pistola esploso da un agente della polizia.
Inoltre non riesco a vedere l'incremento delle visite allo stadio da parte di famiglie.
A Roma nel settore ospiti ho notato tra le 3600 persone due che erano sopra i 50 anni e cinque o sei donne, cosa che non mi stupisce affatto visto il trattamento a volte disumano che subiscono i tifosi.
derStandard.at:
Lei a che conclusioni arriva dopo il weekend passato?
Krennhuber:
In futuro crederò ancora meno di prima alle notizie di scontri provenienti dall’Italia.
C'è una discrepanza enorme tra quello che abbiamo vissuto quel giorno e cosa hanno riportato i media il giorno seguente.
Per tutta la giornata non abbiamo incontrato un collega giornalista.
I media non hanno fatto alcuna ricerca sul posto, si fanno dare i servizi già pronti dall'ufficio stampa delle autorità.
E in quei servizi la versione dei tifosi non viene presa in considerazione o solo minimamente.
Raiuno è l’unica emittente che ha fatto parlare anche tifosi e gente comune, e non solo politici e vari esponenti delle autorità su fatti.
E quella gente comune e i tifosi raccontano analoghe storie come la nostra vissuta lo scorso weekend."
(Thomas Hirner, derStandard.at, 5. September 2008)
Come ogni mattina la sveglia è suonata presto. Alle cinque e mezza. Ormai non è più così traumatico e dopo un paio di minuti di rincoglionimento, in cui mi trascino camminando come uno zombi in bagno, mi sento vispo e pieno di forze.
Questa mattina però non sono andato a correre, di solito il lunedì vado di pomeriggio. Ma devo dire che dovendo scegliere, di gran lunga preferisco andare di mattina, c’è meno confusione anche se ci sono tante persone che corrono. L’aria è migliore, più fresca, più pulita. È vero che è pesante svegliarsi presto ma alla fine ci si fa il callo. E comunque dopo la corsa mattutina e una bella doccia ti senti pieno di energie.
Di solito quando non vado a correre mi sveglio, spengo la sveglia e mi rimetto a dormire godendomi le ultime ore di sonno. Ma oggi è il giorno delle grandi pulizie. Così per non farmi trovare impreparato, ho preferito alzarmi, fare colazione, puntatina al bagno, riassettare in giro, scendere in giardino a chiudere il cane e per finire una succulenta doccia. Alle otto in punto sia io che la casa eravamo pronti per la visita.
Che cosa stupida però, deve venire la “polacca” (in realtà è ucraina) a pulire e tu riassetti prima che venga? È stano, ma è una cosa che ho preso da mia mamma. Lei dice: “è na persona estranea, pare brutto…”. Cioè facciamo una cattiva figura se la nostra casa è troppo sporca o in disordine per essere riassettata così dobbiamo pulirla giusto un po’ per non fare una brutta figura. Mah.
Sono affacciato alla finestra, mi guardo in giro per vederla arrivare. Sono irrequieto, perché so già che non potrò fare quel cazzo che mi va. Le finestre del balcone di fronte sono aperte. Ieri sono tornati gli sposini, li ho intravisti. Guardo nella finestra di fronte, è quella della camera da letto. Lo so perché si intravede un armadio, uno di quelli antichi come quello di mia nonna.
Dal nulla ecco spuntare la sposina. Capelli raccolti da un elastico rosso e pigiama estivo, di quelli con i laccetti legati a fiocco sulle spalle e sotto un po’ scampanati e corti che lasciano vedere le lunghe gambe abbronzate e se non si fa attenzione qual cosina in più. La guardo, non so se lei riesce a vedermi ho la tapparella abbassata e aperta all’esterno. Ma quello che mi ripeto in questi casi è: “Se io riesco a vedere loro, loro riescono a vedere me”.
Ricordo che una mattina, di buon ora, aspettavo un amico per andare a correre. Ero giù nei miei appartamenti. Avevo aperto la finestra della cucina, come al solito, per far capire al mio amico che ero sveglio e che poteva bussa. Ma mentre mettevo una specie di zanzariera vedo sul balcone di fronte la sposina. Era arrivata da poco. Erano i suoi primi giorni nella sua nuova casa. Comunque era lì sul balcone che spazzava. Io intanto metto la mia zanzariera, la fisso abbassando la tapparella e proprio nell’istante in cui sto per tirare la tenda e allontanarmi lei passa nel punto esatto in cui non c’è in muretto ma solo una larga inferriata e poco più in basso una fioriera. Un fremito. Una scossa. Era lì sul balcone alle sette di mattina a spazzare con indosso una semplice tshirt blu. Non so se fosse la mia fantasia oppure era tutto reale ma riuscivo a vedere le sue lunghe gambe su, su fino a un piccolo accenno di sedere. Tirai la tenda e finii di prepararmi ma ogni tanto tornavo da lei. Ero pronto e come al solito il mio amico era in ritardo. Ero alla finestra e mi aspettavo di vederlo arrivare da un momento all’altro. Lei era ancora al balcone che spazzava, di sicuro mi vedeva ero lì praticamente steso sulla finestra ad aspettare, ma non curandosi di me continuava nelle sue faccende lasciandomi il piacevole privilegio di guardarle le spalle.
Era china con la testa nell’armadio indaffarate nel sistemare qualcosa. Il pigiama le si stringeva addosso mettendo in risalto le sue forme. Distinguevo nitidamente le mutandine che le cingevano la vita. Sono lì che la guardo come un baccalà e non mi accordo dello specchio nella porta dell’armadio che sembra aperto proprio per riflettere me. Lei si alza passandosi una mano sulla coscia. Sistema qualche abito appeso nell’armadio. Si china. Si piego. Si inginocchia. Procede nel suo da fare senza interruzioni o incertezze.
È stanca, passa una mano sulla fronte sudata buttando quei pochi capelli ribelli all’indietro poi come un’asciugamani afferra i lembi del vestito e lo solleva al collo asciugando così le gocce di sudore che come un fiume in piena si spingono spudorate tra i suoi seni ancora acerbi. Sono lì che la guardo e non vorrei essere in nessun altro posto. Non mi frega di niente. Stupidamente lascio che la mia fantasia prenda il sopravvento. Mi volto per un attimo, guardo l’ora ma in realtà è una scusa, una pausa per permettermi di riflettere e dirmi “Che cazzo stai fa? Lascia perdere. Smetti di stare alla finestra”.
Torno a guardarla. È china verso di me e raccoglie dei fogli di carta appallottolati in terra ma un flash e il mio sguardo si posa sullo specchio alle sue spalle che riflette il suo tondo sedere. Mi concentro, cercando di capire aguzzando la vista, ma non scorgo più le mutandine. Sono certo le indossava. Sì, erano mutandine.
Ha raccolto tutti i fogli di giornale e lì ripone in una grossa busta nera di plastica. Sono ancora lì che mi chiedo delle sue mutandine quando la vedo guardarsi allo specchio. Sorride passandosi una mano sul collo. Con entrambe le mani afferra i suoi seni con forza stringendoli e sollevandoli. Sembra aspettare qualcosa. Sorride. Accarezza il suo volto delicatamente con la mano destra. Con le dita corteggia le labbra e con la lingua il dito medio della mano. Lo sfiora. Lo ciuccia. Lo lecca. La mano sinistra è sul seno. Lo stringe forte, lo massaggia, stuzzicando il capezzolo con le dita.
Il dito è unto. Ben bagnato. La sua mano a rallentatore trova posto tra le sue gambe. Un sussulto. E la vedo fremere. La sua mano è sempre più veloce. Il suo corpo lì in piedi davanti allo specchio geme, si contorce. Gli occhi sono chiusi. La lingua cerca conforto tra le labbra. Il respiro è strozzato. Sono fermo a guardarla immaginandomi protagonista di un racconto di Bukowski.
Solleva lievemente il vestito. Le gambe sembrano cedere. Si china leggermente in avanti mentre continua a masturbarsi. Il suo viso è non è più solo un viso. È una maschera di piacere e dolore. È luce. È arcobaleno. È leggerezza. È cielo. Sole. Primavera. Felicità. Bene. Per un istante il suo volto è tutto e tutto è nel suo volto. Anch’io. Che riaprendo gli occhi mi vedo riflesso nello specchio.
non correte che mi fate male…
Fa caldo. Non so perché quando mi siedo a computer sudo ancora di più. Mio padre è insopportabile. L’infarto deve averlo colpito alla testa e non al cuore. Finalmente quest’estate resterò a casa e potrò fare quel che mi pare dando però ogni tanto un contentino a mia nonna, unico tentennamento alla mia decisione di non-vacanza. Sto andando a correre tutti i giorni. Un’ora di canzoni, di respiri continui, di facce affaticate e non, di pensieri, di frasi sussurrate, di dolori che vanno e vengono. Le gambe reggono bene. E fin quanto ho fiato continuo a corre. Questo fine settimana mia sorella parte per
“ quello che il mio amico di fegato chiamerebbe “gafff “ ”
Come ogni martedì ero al parco con Diego per la mia solita corsetta.
Sono lì che ho quasi finito, faccio segno al mio amico che mi mancano due giri alla fine e continuo a correre ascoltando la musica che spara a caso il mio lettore, il dolore che mi prende alle gambe e quel lieve affanno che spira come vento caldo tra le labbra lasciandole secche. Diego si allontana. Io guardo due ragazze alla fontana. Una ha un pantalone bianco. Un bel sedere.
Finisco la mia corsa e mi incammino cercando di scorgere il mio amico tra gli alberi e le varie siepi ma senza volerlo non perdo di vista la ragazza col pantalone bianco. È lontana. Trovo Diego. È all’altra fontana. Le ragazze vanno in quella direzione. Arrivo alla fontana nell’istante in cui sbucano dalla curva le due fanciulle. Aspetto il mio turno e mi sciacquo il viso e le braccia. Diego è poco distante che mi aspetta ma le ragazze sembrano indugiare e restano lì ferme. Raggiungo Diego e le due ragazze iniziano di nuovo il loro giro. Per farmi superare fingo un piccolo dolore e mi fermo poggiando il piede sullo spigolo del marciapiede per stiracchiarmi. Missione compiuta. Le ragazze sono avanti che chiacchierano tra di loro. Come del resto facciamo io ed il mio amico anche se non manco l’occasione di buttare l’occhio sul sedere della ragazza col pantalone bianco.
Mi preparo. Immagino la scena. Sono pronto. Ecco il momento giusto. Le abbiamo affiancate e le stiamo superando. Diego mi sta parlando. Io lo fermo con un cenno della mano, lo scosto indietro e attiro l’attenzione delle due fanciulle. “ Scusate…” . Le due ragazze mi guardano. Diego è sparito alle mie spalle. Fisso la tipa col pantalone bianco e “ ti conviene legarti la maglia in vita… “.
E lei: “ No, è una maglietta a maniche corte…”.
Io: “ …dietro è tutto trasparente! “
Le sorrido e continuo a camminare affiancato da Diego che esterrefatto non riesce a credere ai suoi occhi mentre le voci e le risa delle ragazze fanno da sottofondo alla mia uscita di scena.
La ragazza col pantalone bianco sudando per la corsa aveva praticamente reso trasparente la parte posteriore del pantalone mostrandomi uno slip di color nero e un sedere dai dolci contorni.
Bè Diego mi ha ringraziato per la figura di merda. Io ho pensato a quello che mi avrebbe detto il mio amico di fegato e al fatto che per giovedì ho una nuovo storia da raccontare.
Comunque giusto per la cronaca la ragazza col pantalone bianco ha seguito il mio consiglio coprendosi il posteriore con la maglia a maniche corte.
PS: Sono stato allo stadio per l’ultima partita in casa del Napoli. Grande partita. C’erano mille motivi per essere lì tra i quali poter affermare “ io ero lì ”. Ho raccontato, e ancora adesso mi capita di farlo, a chi scopre che quel giorno ero allo stadio dell’emozione che ho vissuto quella domenica. Non riesco a togliermi dalla testa le facce sorprese di tutti quelli che mi dicono “ eri alo stadio?! ”. È passato del tempo eppure quella domenica è qualcosa di incredibile. È il mio pensiero felice, quello che mi fa spiccare il volo per l’isola che non c’è.